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03.10.2007 Incontro con Eva Figueras Francesca Genna
 

Da circa tre anni sto tentando un adeguamento ai nuovi procedimenti non tossici nel laboratorio di incisione dell'Accademia di Belle Arti di Palermo.
Dopo un primo periodo di informazione e ricerca, ho cominciato a lavorare su "un'ipotesi di laboratorio", in cui sono stati via via sostituiti i solventi volatili, le resine e soprattutto l'acido nitrico.
Le difficoltà incontrate sono principalmente di due tipi: la prima, di ordine pratico, riguarda il reperimento stesso dei materiali sostitutivi, spesso non ancora distribuiti nei negozi di belle arti, o individuati in materiali generalmente in uso per altri scopi in paesi di area anglosassone.
La seconda, di ordine ideologico, consiste nel muro di indifferenza, o spesso di diffidenza, che, come spesso accade, è generata dalla novità e dal tentativo di cambiare alcune sostanziali abitudini acquisite da lungo tempo.

Grazie alle notizie apparse su Printshow e dopo aver seguito attentamente gli scritti di Eva Figueras, ci siamo incontrate a Barcellona, nella Facoltà di Belle Arti, per un confronto ed uno scambio sulle sostituzioni possibili in un laboratorio tradizionale e sulla loro applicazione.


D - Il tuo testo "El Grabado no tòxico, nuevos procedimientos y materiales" è stato fondamentale nella svolta di applicazione che ho seguito nel 2005 nel mio laboratorio di incisione. Oltre che riportarci in un bacino di utenza mediterranea, analizza i vari procedimenti dell'area non tossica in un unico compendio: si può confrontare così l'opinione di diversi professionisti e ricercatori che si occupano di uno stesso tipo di materiale in diverse parti del mondo, con i relativi pro e contro.
Credo che, in questo senso, il libro sia unico nel suo genere, oltre che ricco di indicazioni bibliografiche, un ottimo strumento di studio per incisori, docenti e studenti.
Lo definiresti un trattato tecnico?

R - Non si tratta di un manuale tecnico nel senso tradizionale di manuale che contenga una spiegazione dei processi che vadano dall'esecuzione della matrice fino alla stampa. È, come dici, un compendio, che vuole mettere insieme i diversi apporti, su scala internazionale, a quella che chiamiamo "incisione sostenibile": a partire da una analisi della situazione attuale dei laboratori di incisione, fino alla presentazione dei materiali alternativi e ad una spiegazione tecnica e processuale dell'uso del film fotopolimero e dell'incisione elettrolitica, descrivendo infine il trattamento dei positivi digitali.

D - Perché e da quando il tuo interesse per l'incisione non tossica, ovvero per l'incisione sostenibile?
R - Penso che nel nostro secolo, la coscienza ecologica stia incidendo su molti aspetti del nostro comportamento: così non volevo più usare nel mio lavoro materiali tanto dannosi per la salute e l'ambiente. Ho cominciato ad interessarmi alle possibilità alternative che già da diverso tempo venivano proposte da incisori e ricercatori americani ed europei. La data di inizio può essere posta nel 2002, quando ho partecipato ad un progetto del Ministero della Scienza e Tecnologia per cominciare a discutere sulle questioni legate alla tossicità dei laboratori.
Ho testato quelle alternative per eliminare gli elementi contaminanti dai laboratori di incisione ed ho visto che non diminuivano il potenziale espressivo e creativo del linguaggio, anzi, potevano potenziarlo con nuovi apporti.

D - Che difficoltà hai incontrato nell'ambiente accademico e come hanno reagito i tuoi colleghi incisori nell'adottare le nuove metodologie?
R - All'inizio non è stato facile, ma una volta cominciato il cambiamento per me era chiara la volontà di lavorare senza più ignorare la salvaguardia della salute e dell'ambiente: una volta generata la riflessione su questi temi penso che non sarà possibile tornare indietro.
La ricerca dei nuovi materiali è paragonabile ad un rinascimento dei composti primigeni dell'incisione, le formule proposte da Cedric Green (Mordente Bordeaux) e Nick Semenoff non differiscono eccessivamente da quelle descritte da A. Bosse nel suo trattato sulla calcografia del 1645. I diversi tipi di mordente hanno sempre convissuto nella pratica degli artisti, solo in epoca moderna, grazie ai prodotti dell'industria chimica, sempre più elaborati ed efficaci, si è persa la necessità di cercare diversi prodotti per ottenere un composto.
Lavorando con il solfato di rame ho capito che si possono ottenere esattamente le stesse cose che ottenevo con l'acido nitrico. Certo, dobbiamo imparare ad usarlo ed a gestirne i risultati.
Ci sono professori, colleghi dell'università, che hanno accettato di buon grado il cambiamento ed hanno adottato la pratica sostenibile eliminando i materiali tossici dal laboratorio, ce ne sono altri che preferiscono proseguire con i metodi ed i materiali tradizionali. Io non impongo le mie metodologie, le divulgo perché ognuno possa scegliere e perché è nostro dovere proporre una pratica di laboratorio più sostenibile per il futuro dell'Arte.

D - Per quanto riguarda l'applicazione pratica in un laboratorio di tecniche dell'incisione dell'Accademia di Belle Arti, quali sono le sostituzioni che operi?
R - Nella Facoltà di Belle Arti di Barcellona tengo due tipi distinti di corso: il primo, nel quadriennio iniziale, ed il secondo nell'anno di dottorato, che nel mio caso è specifico sull'incisione non tossica. Per quanto riguarda il primo, rivolto a studenti che non hanno una preparazione specifica nel campo, si può dire un corso di incisione tradizionale a tutti gli effetti, solo che, quando si trattano le tecniche indirette, il rame viene morsurato con il percloruro di ferro, secondo una pratica antica e riconosciuta, e lo zinco viene morsurato con il solfato di rame anziché con l'acido nitrico. I risultati sono identici, si tratta solo di cambiare il mordente, non di stravolgere le basi tradizionali dell'acquaforte.
Per quanto riguarda i solventi volatili sono stati tutti sostituiti con i solventi a base vegetale (VCA), che prendono nomi diversi nei diversi paesi a seconda delle ditte che li producono.
Nel corso di dottorato invece, specifico sui nuovi materiali, viene introdotto l'uso del film polimero. Gli studenti, che hanno già appreso le regole generali della grafica originale d'arte, lavoreranno qui esclusivamente con i materiali fotopolimerici.

D - Il solfato di rame è esattamente la prima sostituzione che ho operato nella mia" ipotesi di laboratorio" a Palermo. Però devo dire che si incontrano diverse difficoltà, per la quantità di depositi che provoca, e per la difficoltà della resa delle acquetinte, soprattutto se ottenute con prodotti acrilici.
R - Sì, sono gli inconvenienti di questo mordente. Come avrai visto è necessaria una costante filtrazione del mordente. Per ottenere la granitura dello zinco, poi, bisogna continuare ad usare una resina tradizionale, come la colofonia. Oppure cambiare il materiale di base, il solfato di rame attacca molto bene anche l'alluminio.

D - Ed in questo caso con che cosa viene granita la lastra?
R - E' qui il bello: l'alluminio a contatto con il solfato di rame rivela una texture interna al materiale stesso che senza alcuna resina o vernice spray arriva a produrre dei toni di acquatinta molto intensi fino ai neri più profondi, paragonabili all'effetto del mezzotinto. Questa texture cristallina può produrre un nero bellissimo sulla stampa. Oltretutto questo facilita il lavoro perché basta esporre il metallo scoperto lì dove si vuole l'acquatinta

D - Qual è la controindicazione?
R - L'alluminio non regge tirature alte, ma questo ovviamente non è importante per un laboratorio scolastico.

D - Parliamo dei materiali polimerici. Ho visto che nel tuo testo non parli delle matrici di polimero dette "solar-plate", ma ti riferisci esclusivamente ai film polimerici proposti da Keith Howard.
Si tratta di una scelta ben precisa?

R - Solar-plate è un nome generico dato ad un materiale di cui ci sono diverse tipologie.
Usato soprattutto dall'industria tipografica ed ormai superato dai moderni procedimenti di stampa al plotter (per questo passa ora all'investigazione artistica!), esistente in diverse qualità, durezze, ecc. e si sviluppa con sola acqua. Non ho nessun problema con questo materiale, proprio da lì sono partite le nostre prime ricerche ed applicazioni, è solo un po' caro.
Siamo poi passati all'uso del film polimero, usato per la scrittura dei circuiti elettrici, perché mi sembra un materiale più flessibile.
Si tratta di una pellicola molto fine che viene applicata ad una matrice, per esempio una lastra di rame. Il lavoro può essere quindi proseguito con i metodi dell'incisione tradizionale, usando la pellicola applicata come se fosse una vernice. Nel caso in cui invece non si volesse proseguire con le morsure, la matrice di base può essere riutilizzata, riducendo in questo modo i costi.

D - Passiamo alla fase di stampa. Che ne pensi degli inchiostri calcografici all'acqua?
R - Anche qui bisogna fare delle prove e delle distinzioni. Ci sono diverse ditte che lo producono e con risultati differenti. Dalla mia esperienza ho provato che gli inchiostri all'acqua troppo fluidi possono andare bene per le collografie e per le matrici trattate matericamente, ma appiattiscono i toni di un'acquatinta fine o non rendono vibrante un intreccio di linee. Ce ne sono altri che hanno proprio la solidità di un inchiostro tradizionale per acquaforte.
Per tutti vale la regola che hanno una grande facilità di pulizia: la matrice, in fase di stampa, può essere pulita con un panno leggermente umido, e dopo, con l'impiego di sola acqua e sapone, come pure i piani di lavoro.

D - Queste ricerche ti portano spesso fuori Barcellona e dalla Spagna. Come fai a conciliare il lavoro con la famiglia?
R - Certo, ogni tanto devo rinunciare ad incontri anche molto interessanti che prevedono una lunga permanenza all'estero. Il lavoro in Facoltà non mi permette di assentarmi per lungo tempo perché la mia classe rimarrebbe scoperta, ed ho due figli.
Però spesso riesco a mettere tutto insieme facendo coincidere, per esempio, un periodo di formazione per me, con le vacanze della famiglia. La collaborazione internazionale in questo ambito è molto aperta e positiva, c'è la consapevolezza che, se si vuole incidere sull'ambiente, queste metodologie devono essere condivise il più possibile.

Concordo totalmente, il nostro incontro mi dà nuove ragioni di studio e di approfondimento. Grazie.


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