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12.10.2004 Gianluca Murasecchi: Dialoghi tra le illusioni Guglielmo Gigliotti
 

Presso la Galleria - Stamperia d'arte "Il Bulino" di Roma diretta da Sergio Pandolfini, è esposto in questi giorni il volume "Dialoghi tra le illusioni", 21 poesie inedite di Marco Papa, disegni e incisioni a bulino su rame di Gianluca Murasecchi. Presentato in occasione della "Notte Bianca" di Roma il 18 settembre u.s., nei prossimi giorni sarà mostrato con tutte le collane edite da "Il Bulino" in occasione dell' esposizione Grafie che si aprirà al pubblico il 16 ottobre presso la Biblioteca Salita dei Frati di Lugano in Svizzera.
Bisogna vederlo lavorare Gianluca Murasecchi per capire il suo lavoro.
E' una legge che vale per tutti gli artisti e per tutti coloro che vogliano capire in profondità il lavoro degli artisti, ma per Gianluca Murasecchi ciò diventa una premessa fondamentale.
D'altronde Gianluca Murasecchi lavora sempre, la sua dedizione è totale.

E' difficile non incontrarlo con almeno un blocco di fogli in mano, con un bulino serrato nel palmo, attento a preparare i suoi rami, concentrato su quei segni che si diffondono lentamente, talvolta saturandolo, talaltra circondandolo di trame per esaltarne la luminosità.
La mano sta sempre lì, su quella superficie che attende il seme, il punto, poi la famiglia di punti che si fa ramificazione puntiforme sul piano, invitando altri alberi di punti a piantar radici nel bianco e a germinare come un bosco frondoso che si espande in tutte le direzioni.

Nasce l'opera. Nasce da se stessa, senza preordinamenti, ma per processualità endogena, come acqua che fluisce dove ce n'è lo spazio. E' un "formarsi" perpetuo e sciamante di costellazioni fitte di elementi-punto a sviluppo biologico. Punto chiama punto, segno partorisce segno e linea segue altra linea, in una espansione modulare e planare motivata dal suo stesso spazializzarsi.

Nel momento in cui la marea segnica coincide con lo spazio prescelto, che sia una lastra di rame, un foglio di carta o una tela; nel momento in cui lo spazio-superficie è tutt'uno con il brulicame di punti, virgole e segmenti lineari, e non esiste più distinzione alcuna tra supporto e ciò che esso porta, allora l'opera è compiuta. Un'altra ne seguirà, sempre diversa, eppure figlia della precedente, perché il Luogo del segno, del segno reiterato, è una vastità che fluisce nel tempo, di opera in opera. Le opere di Gianluca Murasecchi sono una sola grande opera, della quale noi vediamo solo lo stato presente, ma non potremmo mai definire un inizio e mai ardiremmo dire dove giungerà. Non lo sa neanche l'artista. Lui si preoccupa di fluire con i suoi segni. Non mira alla forma, ma al flusso. Non vuole chiudere un'entità formale e lasciarla nel suo isolamento configurale una volta per tutte, non vuole affermare e né fermare: vuole veder fluire il flusso.

Non esiste dunque in Murasecchi un "problema della forma", ma un procedimento del "formarsi" perpetuo da uno stato caotico a un altro. E' la sequenza a dirigere l'essenza, e a spingerla sempre in avanti e comunque sempre prima che essa prenda il corpo di una forma. E' in quel "prima" che Murasecchi ha trovato un territorio d'esplorazione, un territorio vasto come tutti gli "a-priori" del mondo, che sono solo uno, poiché la separazione e la moltiplicazione sono proprietà del mondo delle forme distinte, mentre il pre-formale non ha scheletro, ha tutt'al più ritmo.

Quel ritmo, quella cadenza, regolata dal suo essere cadenza uguale a se stessa ma unica nel suo formarsi, è il ritmo dei segni di Murasecchi, ma anche del suo respiro: l' indistinto vale anche per quanto concerne il rapporto tra soggetto e oggetto, tra l'artista e l'opera.

La ripetizione del segno è lo "stile" di Murasecchi, ma ne è anche il motore, l'energia, nonché la sostanza. E' l'alfa e l'omega di un opera che non vuole essere sostantivo, ma verbo: operare.
L'opera-come-operare sta tutta nella tensione dinamica del suo paziente costituirsi sotto gli occhi dell'artista, che ne è il primo spettatore, talvolta stupefatto. Opera in fieri, ribollente del suo divenire, che è un divenire disteso sul pizzicare accorto e leggiadro sul foglio o sul rame.

Non c'è una meta, perché la meta è dove si è, quando si decide di andare in profondità. L'operare procede sull'orizzontale del piano, ma il ritmo scava nella verticale della mente. E quel punzecchiare o tratteggiare così ordinato e consequenziale assomiglia tanto a un mantra nato dallo sguardo e realizzato da una mano, ma destinato alla mente: una mente che si guarda.

La visione non è comprensione, ché per comprendere esistono altri mezzi.
La visione è destinata alla vista, è una pratica dello sguardo e non una forma di concettualizzazione.

Per diventare una cosa è talvolta più consigliabile vederla bene che imbastirci attorno concetti e precetti. E l'artista, come diceva Ingres, è sempre occhio. Occhio che si scruta attraverso lo specchio dell'opera. Il ritmo infinito (senza una fine) del punteggiare e tratteggiare modulare di Murasecchi è quindi il suo mantra visivo, che smaterializza ogni approdo in una danza di segni.

La visione delle opere di Murasecchi è, di conseguenza, sempre una visione d'insieme. Per quanto numerosi i suoi segni, non ha senso alcuno osservarne gli andamenti per frammenti e particolari, l'opera si dà sempre tutta assieme: al suo interno multipla, mobile e variegatissima, ma dall'esterno, dal punto di chi guarda, da abbracciare d'un sol colpo. Magari un colpo prolungato, goduto, ma unico. Un colpo frenato fino alla stasi, fino al non riuscire a vedere e a distinguere più niente. E' l'effetto di qualsiasi mantra, e sarebbe il segno che Murasecchi ha fatto centro nello sguardo altrui.

Liberi dall'obbligo di capire e liberata la mente dalle sue direttrici usuali, ci si abbandona al gioco e alla fantasia, che, come è noto, sono le prime divinità a perire sotto i macigni delle costrizioni. Si inizia, così, a scorgere nebulose galattiche e conformazioni molecolari, sciamare d'insetti e concrezioni minerali, e a far propria quella coincidenza dell'immensamente grande con l'infinitamente piccolo, che è confusione vissuta come naturale fusione.

In principio era il punto.
Ma poi il punto si sentiva solo e ha chiamato tutte le altre stelle.

Edizioni Il Bulino
www.ilbulinopuntoarte.it

Associazione Biblioteca Salita dei Frati
Salita dei Frati n. 4, Lugano
biblfrati@tinet.ch
www.sbt.ti.ch/Sbt

La mostra sarà aperta dal 16 ottobre al 20 novembre 2004
me/ve 14,00-18,00 - sa 09,00-12,00
o su appuntamento ++ 4191 923 91 88

 
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